Il rumore delle stoviglie le infetta i pensieri, mescolandosi al tiepido berciare del telegiornale del mattino che diffonde, con voce monotona, gli ultimi aggiornamenti sul druido bianco.
Nirvana ha la testa ingolfata di pensieri pesanti e gli occhi divorati dall'insonnia; il down dell'ecstasy le strattona i muscoli e intorbidisce i riflessi, rendendole difficile capire le parole che Calliope le vomita addosso incessantemente. Annuisce, sorride e lascia che il tempo si accumuli mentre inietta le dita tra i capelli bruciati dalle tinture, torturandosi le chiocche decolorate in strattoni sfatti.
La casa di Calliope e Ulysses è una villetta identica a centinaia d'altre, ricolma di fiori, libri e di troppi gatti. Le stanze hanno soffitti alti e sono arredate con cura, ricolme dei ricordi di una vita che si è sedimentata tra le pareti ann dopo anno. La cucina è piccola, di legno e dipinta con toni pastello, gli stessi delle tende di cotone sottile che ondeggiano silenziose ad ogni minima bava di vento: Nirvana osserva i fiori che riempiono la stoffa e cerca di ricordarsi se sono gli stessi di quel giorno.
« Le ho comprate la scorsa settimana al mercato, non possono esserlo. »
Calliope le ha strappato quel pensiero direttamente dal cranio, così come fa con tutto il resto, e quando Nirvana sposta lo sguardo arrossato su di lei ha un sorriso colpevole a sporcarne le labbra sottili. Sua nonna è una donna alta, spigolosa, la cui bellezza non è sfiorita neppure con il passare degli anni e dagli arti lunghi e nervosi, gli stessi che per genetica sono toccati anche a lei. Ha una teiera azzurra tra le dita sottili, e a Nirvana offre un té al gelsomino dall'odore penetrante e una preoccupazione che ne invischia gli occhi castani e curva le spalle fragili.
« Smettila di torturarti così, querida. Non ti fa bene. Tuo nonno è preoccupato, e non gli ho detto nulla del Syn... »
A Calliope le parole si strozzano in gola quando la tazza esplode a pochi centimetri dalle dita di Nirvana, in un inferno di schegge di ceramica. Gli strascichi di quel groviglio d'energia elettrica le inzuppano le dita di Nirvana in un reticolo di scariche biancastre, i filamenti d'energia ne percorrono disordinatamente l'epidermide e riempiono l'aria del puzzo di bruciato.
La delusione che Nirvana legge tra i lineamenti di sua nonna è semplicemente troppo: da guardare, da sopportare, da digerire. Si alza in piedi e le scuse che soffia fuori dalle labbra sono meccaniche quanto vuote, invischiate in una maschera di mortificazione scarna che non arriva a sporcarne lo sguardo.
Calliope la guarda, muta quanto impotente: Nirvana ha addosso l'eco dell'insoddisfazione di Ivonne, la sua stessa rabbia e la sua medesima patina di insoddisfazione bruciante.
« Non sarà un uomo a renderti felice, Nirvana. Non sarà un uomo, una donna, o qualsiasi cosa tu stia pensando di fare. Lascialo stare. Lascialo dov'è, non sono cose che ti riguardano e finiresti solo per cacciarti in un guai peggiori di quelli in cui sei già. »
La seconda saetta brucia la televisione, che sfrigola e geme prima che il vetro esploda e l'apparecchio si schianti con violenza contro la parete retrostante. La terza lascia un alone scuro e riarso al centro delle tende. Calliope, immobile, è una roccia al centro di una tempesta di elettricità: in bocca il sapore amaro del fallimento e gli occhi gonfi di un'infelicità che si specchia, arida, in quella della nipote.