domenica 29 gennaio 2017

Il sentiero dei nidi di ragno

Il rumore delle stoviglie le infetta i pensieri, mescolandosi al tiepido berciare del telegiornale del mattino che diffonde, con voce monotona, gli ultimi aggiornamenti sul druido bianco.
Nirvana ha la testa ingolfata di pensieri pesanti e gli occhi divorati dall'insonnia; il down dell'ecstasy le strattona i muscoli e intorbidisce i riflessi, rendendole difficile capire le parole che Calliope le vomita addosso incessantemente. Annuisce, sorride e lascia che il tempo si accumuli mentre inietta le dita tra i capelli bruciati dalle tinture, torturandosi le chiocche decolorate in strattoni sfatti.
La casa di Calliope e Ulysses è una villetta identica a centinaia d'altre, ricolma di fiori, libri e di troppi gatti. Le stanze hanno soffitti alti e sono arredate con cura, ricolme dei ricordi di una vita che si è sedimentata tra le pareti ann dopo anno. La cucina è piccola, di legno e dipinta con toni pastello, gli stessi delle tende di cotone sottile che ondeggiano silenziose ad ogni minima bava di vento: Nirvana osserva i fiori che riempiono la stoffa e cerca di ricordarsi se sono gli stessi di quel giorno.

« Le ho comprate la scorsa settimana al mercato, non possono esserlo. »

Calliope le ha strappato quel pensiero direttamente dal cranio, così come fa con tutto il resto, e quando Nirvana sposta lo sguardo arrossato su di lei ha un sorriso colpevole a sporcarne le labbra sottili. Sua nonna è una donna alta, spigolosa, la cui bellezza non è sfiorita neppure con il passare degli anni e dagli arti lunghi e nervosi, gli stessi che per genetica sono toccati anche a lei. Ha una teiera azzurra tra le dita sottili, e a Nirvana offre un té al gelsomino dall'odore penetrante e una preoccupazione che ne invischia gli occhi castani e curva le spalle fragili.

« Smettila di torturarti così, querida. Non ti fa bene. Tuo nonno è preoccupato, e non gli ho detto nulla del Syn... »

A Calliope le parole si strozzano in gola quando la tazza esplode a pochi centimetri dalle dita di Nirvana, in un inferno di schegge di ceramica. Gli strascichi di quel groviglio d'energia elettrica le inzuppano le dita di Nirvana in un reticolo di scariche biancastre, i filamenti d'energia ne percorrono disordinatamente l'epidermide e riempiono l'aria del puzzo di bruciato.
La delusione che Nirvana legge tra i lineamenti di sua nonna è semplicemente troppo: da guardare, da sopportare, da digerire. Si alza in piedi e le scuse che soffia fuori dalle labbra sono meccaniche quanto vuote, invischiate in una maschera di mortificazione scarna che non arriva a sporcarne lo sguardo.
Calliope la guarda, muta quanto impotente: Nirvana ha addosso l'eco dell'insoddisfazione di Ivonne,  la sua stessa rabbia e la sua medesima patina di insoddisfazione bruciante.

« Non sarà un uomo a renderti felice, Nirvana. Non sarà un uomo, una donna, o qualsiasi cosa tu stia pensando di fare. Lascialo stare. Lascialo dov'è, non sono cose che ti riguardano e finiresti solo per cacciarti in un guai peggiori di quelli in cui sei già. »

La seconda saetta brucia la televisione, che sfrigola e geme prima che il vetro esploda e l'apparecchio si schianti con violenza contro la parete retrostante. La terza lascia un alone scuro e riarso al centro delle tende. Calliope, immobile, è una roccia al centro di una tempesta di elettricità: in bocca il sapore amaro del fallimento e gli occhi gonfi di un'infelicità che si specchia, arida, in quella della nipote.



domenica 22 gennaio 2017

So here we go you can judge me throughly

Go ahead and just hit me since you're able,
we know my determination is unstable,
I'm not even mad because I keep on dying,
But I dont even know why I keep trying.

Nirvana ha le dita chiuse sulla ceramica bianca di un lavandino che non le appartiene, le spalle ossute contratte da un'infelicità le azzana i muscoli e soffoca a fatica chiudendo i polpastrelli sullo smalto sbeccato.
Sulle pareti scrostate dall'umidità un'infinita sfilata di farmaci la attornia, riempiendo ogni superficie con  flaconi troppo simili l'uno all'altro:  aspirine, sonniferi, antidolorofici, antinfluenzali, broncodilatatori, antibiotici; ci sono anche delle benzodiazepine e una confezione quasi vuota di colluttorio sulla destra, il cui contenuto è denso come quel paio di lacrime che le scivolano lungo le guance. Ha una colata di mascara a poco prezzo a imbrattarne il viso, e nessun motivo reale per sentirsi così svuotata.
La sua vita è sempre uguale, un groviglio di idee impulsive e decisioni prese sul momento le cui conseguenze si trascina dietro da anni. Sospira, incapace di sciogliere la matassa di pensieri che le si è annidiata tra le sinapsi dopo il sesso: ci ha provato tutta la notte, strattonando ricordo dopo ricordo, idea dopo idea, e tutto quello che ha ottenuto è un'emicrania impietosa che le lacera le tempie e dilania la scatola cranica con lame di dolore pulsante.
Nirvana ha dita lunghe e sottili, macchiate dall'inchiostro di una promessa su cui ha sputato per ore e che ora non sopporta di guardare; scuote la testa e afferra il primo flacone di antidolorifici che le capita sotto mano, svuotandoselo in bocca con la praticità che germoglia dalla dipendenza. Le pasticche le scivolano sulla lingua e la saliva che le impasta la bocca ha il retrogusto asprigno dell'indifferenza, la stessa che macchia il gesto con cui si ripulisce gli occhi e solleva la bocca un sorriso posticcio.

Offre al proprio riflesso occhiate arrossate e incerte, faticando a riconoscersi nella sagoma ossuta che intravede tra le macchie di dentifricio che inzaccherano il vetro. Nirvana ha la la mandibola contratta e la bocca serrata nel tentativo di mettere fine al tremore che le divora il labbro inferiore; i nervi non rispondono e pulsano sotto la carne senza che lei abbia il minimo controllo.
Forse sono gli strascichi dell'ecstasy con cui si riempie lo stomaco da giorni, o un effetto collaterale del cibo cinese e della birra annacquata della sera precedente. Esclude la cannabis, la fame, la stanchezza e anche il freddo.
Nirvana rabbrividisce, con la pelle nuda attaccata dal freddo che filtra da sotto la porta in spifferi gelidi,  le scivola sotto la carne e scuote le dita senza convincerla a rivestirsi. Getta fuori respiri che si condensano in pallide nubi lattiginose e si scava addosso con occhiate impietose, soppesando ogni centimetro della propria pelle, dalla curva del seno alle ossa sporgenti delle clavicole che scruta con una smorfia nauseata, incapace di trovarvi qualcosa di cui essere soddisfatta: persino la striscia d'inchiostro che le lecca il costato in quel 'Josh' sbiadito dal tempo le dà il voltastomaco, annodandone le viscere e incuneandole al centro del petto un chiodo di dolore bollente.
Stringe i denti e mentre aspetta che l'ossicodone le entri in circolo lorda lo specchio con una calligrafia imprecisa e tondeggiante; l'inchiostro è di un fucsia accecante, indelebile, e le ruba l'ombra di un sorriso incerto che trasporta sul vetro.

« The world's about to be destroyed
There's no point getting all annoyed
Lie back and let the planet dissolve - around you
:) »

Nirvana ha il telefono stretto tra le dita e gli occhi stanchi, persi ad osservare la vita che si muove oltre il finestrino dell'autobus in cui si è nascosta: che sia sabato mattina è irrilevante, e tra i sedili bicolore pendolari in giacca e cravatta scrutano la sua chioma fluo con una disapprovazione sporcata dal sospetto.
Nirvana sorride: ha ben poco interesse per il giudizio altrui, e preferisce impiegare le poche energie che le sono rimaste per venire a patti con il pensiero sgradevole che le si è incuneato nel cranio, acquattatondosi e prendendo dimora fissa in un angolo della sua coscienza.
Schiaccia la tempia contro il vetro gelido del finestrino alla ricerca di un briciolo di quiete che non è destinata a trovare: il pianto di un bambino a pochi sedili di distanza riempie l'aria e lei si circonda il busto con le braccia, trascinandosi le ginocchia contro il petto in una posa grondante di stanchezza.
Si chiede se in un'altra realtà non abbia avuto idee migliori, e se gli errori del suo passato siano gli stessi in ogni universo parallelo, in ogni paradosso temporale.
Nirvana non ne ha idea, né riesce a concentrarvisi: un viso troppo affilato continua a a farle capolino tra i pensieri e due occhi troppo azzurri ne tormentano i nervi, raspandone la carne con il germe fastidioso della mancanza e quello più duro dell'impazienza. 


I know who you are
you remember who i am
we knew that once in a timeline,
we have grown to be good friends

mercoledì 18 gennaio 2017

The world seemed to burn

L'appartamento è immerso in una quiete inusuale: lo schermo del televisore è spento, Iago dorme e Argo si è accucciato quietamente ai piedi del materasso a rosicchiare un vecchio osso spolpato. I denti del pittbull si accaniscono sulla cartilagine rilasciando nella stanza silenziosa un rumore affilato, irregolare ma costante.
Josh è disteso tra le lenzuola, gli occhi divorati dalla stessa fame liquida che gli imbratta la curva scoscesa del sorriso ogni volta che posa gli occhi sullo schermo del cellulare. Ha gesti stanchi, meccanici, e le dita che infila tra i capelli di Nirvana sono innaturalmente fredde.

« Con chi parli? »
« Con nessuno. »
« Quello era Ulisse. »
« ... »
« Lo posi per favore? »
« No. »
« Perché? »
« Perché non ne ho voglia, e tu non mi devi rompere continuamente i coglioni: la meth, il telefono, con chi parlo, con chi non parlo, perché respiro, dove vado, cosa faccio, perché non dormo a casa. »

Nirvana ha il profilo schiacciato contro il cuscino e un principio di emicrania che le esplode violento nell'accogliere quell'invettiva: il dolore le dilania le tempie e si incastra tra le sinapsi come frammenti di granata bollente; serra le palpebre e inghiotte un bolo di fiato che le rimane incastrato in gola, denso e pesante come un grumo di catrame. Nirvana non prova alcuna vergogna nel mostrare le proprie debolezze, e trova nel pianto la perfetta valvola di sfogo della propria infelicità. Eppure, ora, non c'è nessuna lacrima a scavalcarle la rima degli occhi, ma solo un lucore umido e gravido di una malinconia nauseante. Ride e lo fa a fatica, passandosi più volte le dita sul viso struccato nel tentativo frenetico di strapparsi fisicamente di dosso la mestizia: non ci riesce, e tutto quello che ottiene sono scintille di elettricità che le percorrono le dita e fanno sfrigolare l'aria attorno a lei.

« Per una volta che sei lucido potremmo non ...  »
« Non litigare? » ... « No, non possiamo non litigare se mi rompi i coglioni un secondo sì e l'altro pure. »
« Josh, ti ho solo chiesto di posare quel dannato telefono. »
« E io ti ho detto di no, quindi? Vuoi tenerti addosso quella faccia da cagna bastonata per tutta la sera? »

Nirvana incassa quelle cattiverie con un sorriso sfinito, un paio di lacrime che tra le guance scavate le bruciano come una colata di lava bollente e un diniego sconfitto. 
La realtà è che ha perso l'energia necessaria ad imporsi quanto quella per litigare, e di riempirsi la bocca fino a farsi dolore le corde vocali non ha più voglia. Non ha voglia di urlare, di pretendere spiegazioni, di chiedergli come può pretendere che lei si finga muta, oltre che cieca. Scuote la testa e si alza in piedi con una lentezza che è figlia della fatica, la stessa che le cuce insieme le labbra e fa offrire a Josh nulla più che la curva ripida della propria schiena mentre si china a raccogliere una felpa dal pavimento.
Josh parla, ma lei non lo ascolta, non davvero: la stoffa che le scivola sulla pelle è l'unica carezza che collezionerà stanotte, ed è quel pensiero ad affossarne l'umore mentre scende in strada, perdendosi rapidamente tra i vicoli della North.


I'm re-reading the letters you wrote me
I'm searching and scanning for answers
In every line
For some kind of sign -

mercoledì 11 gennaio 2017

Stuck in the middle zone


Nirvana è stanca, e quando arriva a casa sono già le quattro del mattino: le ore si sono accavallate in fretta e i minuti le sono scivolati tra le dita tatuate senza che se ne rendesse conto. La porta scricchiola e il legno gonfio d'umità resiste ai suoi tentativi di spalancarlo, cedendo solo dopo un paio di spallate e una bestemmia che le rimane incastrata tra i denti e non viene pronunciata davvero.
L'interno dell'appartamento è buio, e a darle il benvenuto sono solo Iago e Argo. Il primo, un rottweiler di un paio d'anni, l'assale schiacciandole le zampe pesanti sul costato mentre il secondo, un pittbull grigio dagli occhi mesti, si accontenta di spazzare il pavimento polveroso con la coda.
Josh è una sagoma scura, accartocciata ta le coperte sfatte e illuminato dalla luce bluastra della televisione. Il materasso è in terra, e Nirvana vi crolla sopra con le ginocchia e un sospiro sfinito, incuneando le dita cariche d'anelli etnici tra i capelli dell'irlandese.
L'odore asprigno del sudore riempie quelle quattro mura come un miasma vischioso, mescolato al fumo di troppe sigarette e quello più acre della paura. Josh osserva lo schermo della tv con occhi sbarrati, terrorizzati da qualcosa che gli inchioda la lingua contro il palato e imperla le tempie di sudore gelido.

« L'hai trovata? »

Nessun ciao, nessun bentornata, solo il desiderio febbrile che germoglia dalla necessità. Nirvana chiude gli occhi e in bocca si incolla l'ennesimo sorriso falso come una banconota da tre dollari.

« Sì, ma non ti serve. Non davvero, oggi l'hai già presa. »
« Vuoi che stia male? »
« Josh, per favore... »
« Ti sei stancata di me e vuoi farmi crepare? È questo? Ti sei scopata qualche stronzo a cui il cazzo funziona ancora e hai deciso di averne abbastanza? »

Nirvana ha le palpebre troppo pesanti, le spalle basse e un groviglio di colpa che le germoglia in petto e strazia le viscere. Non dice nulla, sospira e basta, incapace di disciplinare i pensieri che le inondano il cranio e spaccano in bocca il sorriso.

« Te la preparo io, stai buono qui due minuti. »
Josh si volta di colpo, rovesciandole addosso uno sguardo grondantedi gratitudine.
« Ti amo, lo sai vero? Lo sai che se anche sono uno stronzo ti amo, sì? »

Nirvana annuisce e si ritrae, senza la forza di dire nulla. Calpesta il pavimento con passi troppo pesanti, trascinati dalla prostrazione e si scava in tasca alla ricerca della bustina di meth: la apre con movimenti lenti, anchilosati, ignorando le lettere d'inchiostro che le bruciano la carne come un marchio a fuoco e le ricordano la promessa che giorno dopo giorno le stringe la gola e mozza il respiro.

I will stay.